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Le clausole di salvaguardia Iva «pesano» sui progetti futuri di riforma

di Giuseppe Rebecca
Il quotidiano del fisco / Il Sole 24 ore - 19 febbraio 2019

Il Governo italiano ha ottenuto l’approvazione della nuova finanziaria da parte dell’Unione europea riproponendo in misura ancora più rilevante la clausola di salvaguardia per l’Iva. Di anno in anno, però, le cose non migliorano, anzi, ed allora invece di vedere la cancellazione definitiva di questa clausola, che di fatto sposta i problemi in avanti, a qualcun altro, ingrandendoli, assistiamo alle sue continue modifiche, con differimenti temporali, graduazioni diversificate e soprattutto con una entità che oramai difficilmente potrà non dico crescere, in futuro, ma nemmeno essere soddisfatta. In pratica è come dire: oggi ci approviamo la manovra, così come è e l’aumento dell’Iva ci sarà comunque nel 2020 o al massimo nel 2021. L’entità del differimento è infatti così elevata che nessuno potrà coprirla, in futuro.

In calce all’articolo sono elencate le previsioni di questa clausola, nel tempo. Ogni provvedimento normativo ha cambiato non solo la decorrenza, ma anche le percentuali e l’entità stessa del differimento. Per l’aliquota Iva ridotta, attualmente pari al 10%, si prevede ora un innalzamento al 13%, dal 2020, mentre per l’aliquota Iva ordinaria, al momento fissata nella misura del 22%, è previsto l’aumento fino al 25,2% già dal 2020 per poi passare al 26,50% nel 2021.

Quest’anno c’è stato anche qualcosa di più; si è anche cambiato il tecnicismo legislativo. Già nello schema di disegno di legge. Invece di differire gli aumenti, come ad esempio era avvenuto sulla precedente legge n. 205 del 237 dicembre 2017 (articolo 1, comma 2), norme che variavano appunto l’articolo 1, comma 718 della legge 190/2014, si è preferito cambiare, e allora all’articolo 2 del Ddl di Stabilità si prevedevano riduzioni di aliquote. Quindi invece di aumenti si prevedevano riduzioni, ovviamente sui già determinati aumenti. Dal i° gennaio 2019 l’aliquota ridotta era appunto ridotta di 1,50 punti percentuali (da 13% a 11,50%) e quella ordinaria di 2,20 punti per il 2019, di 0,80 nel 2020 e di 0,50 nel 2021.

È poi intervenuto definitivamente la legge di bilancio n. 145 del 30 dicembre 2018 la quale, nell’articolo 1 comma 2 ha adottato sempre lo stesso modello, e quindi riduzione di aliquote sulle maggiori previste.

L’aliquota introdotta per il 2019 rimane del 10% e dal 2020 sarà del 13 per cento. Quella ordinaria, ridotta di 2,2 punti per il 2019, incrementata di 0,3 per il 2020 e di 1,5 per il 2021. In pratica: aliquota del 25,2% nel 2020 e 26,50% nel 2021.

Ma la legge 145/18 ha aggiunto anche una previsione, alla fine delle variazioni, e dopo l’aumento di 1,5 punti percentuali per l’anno 2021 ha aggiunto l’espressione «e per ciascuno degli anni successivi». È la prima volta che nelle norme appare questa espressione. Non pare facile intenderla.

Cosa può significare? Che ogni anno c’è un ulteriore aumento di 1,5%? Non parrebbe proprio possibile. Che invece l’aumento vale anche per gli anni successivi?

Ma rispetto a cosa? All’aliquota di oggi (22%?) Forse volevano dire che l’aliquota sarebbe stata del 26,50% per sempre, una volta aumentata. Certo che così è, è detto male.

Per il 2019 l’effetto differenziale, rispetto alla manovra dell’anno prima, dovuto all’aumento dell’Iva era stato valutato, sempre dal Ddl di Stabilità, in circa 11,5 miliardi di euro e 13,5 “complessivamente per i successivi 3 anni. L’effetto dovuto di questa variazione nel 2020 sarebbe stato di 13,7 miliardi di euro, di 15,6 miliardi di euro nel 2021 e 2022.

Ora, con la legge di bilancio, la adozione delle clausole di salvaguardia sposta la necessità di recuperare risorse per gli anni successivi (23 miliardi nel 2020 e 29 miliardi nel 2021 e anche nel 2022, ossia l’1,2% del Pil nel 2020 e l’1,5% nel 2021). Nessun governo futuro ce la farà mai, ad accollarsi questi importi. È come se ogni governo futuro partisse con una handicap che nel corso degli anni è diventato mostruoso.

In ogni caso, per la prima volta il contributo delle clausole non punta a tagliare il deficit, ma a evitare che il disavanzo aumenti. «L’aumento dell’Iva previsto per i prossimi due anni ha un effetto duplice. Gli aumenti aiutano i conti pubblici ma complicano quelli privati, nel senso che tengono a bada il deficit ma frenano l’economia. Il problema è che in termini di saldi l’aiuto ai conti pubblici offerto dagli aumenti pesa più del triplo rispetto al freno prodotto sull’economia» (Il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2019). Per memoria, ricordiamo la serie storica riguardante la misura dell’aliquota Iva ordinaria negli anni, in Italia:

  • 1° gennaio 1973: 12%;
  • 8 febbraio 1977: 14%;
  • 3 luglio 1980: 15%;
  • 10 novembre 1980: 14%;
  • 10 gennaio 1981: 15%;
  • 5 agosto 1982: 18%;
  • 10 agosto 1988: 19%;
  • 1 ottobre 1997: 20%;
  • 17 settembre 2011: 21%
  • 1 ottobre 2013: 22%.

In oltre quaranta quarantanni, l’aliquota ordinaria in Italia è quasi raddoppiata.

L’aliquota del 22% prevista ad oggi in Italia è di poco superiore alla media delle aliquote applicabili in tutti gli stati, pari al 21,5%. L’aliquota ordinaria più bassa nell’Ile, pari al 17% è quella del Lussemburgo, seguono Malta con l’aliquota del 18% e Germania e Romania con l’aliquota ordinaria del 19%. L’aliquota ordinaria più alta è prevista in Ungheria, a seguire Danimarca, Croazia e Svezia che applicano il 25%. Con la prevista aliquota del 26,50% dal 2021 l’Italia sarà in seconda posizione, in ambito Ue.

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